Metodologie Partecipative

Tecniche di discussione strutturata (Microplanning, action planning, ecc.)

Serie ordinata di discussioni strutturate con obiettivi specifici: problemi/opportunità, strategie di approccio, soluzioni opzionali, implementazione delle opzioni prioritarie, controllo dei risultati conseguiti. Tutte hanno come obiettivo la costruzione di un’immagine progettuale sintetica e il più possibile condivisa della situazione problematica. Contribuiscono alla destrutturazione delle immagini individuali basate su bisogni indotti.

Queste tecniche hanno un grado elevato di replicabilità, e arrivano più esplicitamente di altri strumenti ad un risultato definito; favoriscono il ridimensionamento dei rischî di prevaricazione da parte delle persone più abituate ad esprimersi in pubblico; tendono a limitare la partecipazione agli abitanti già coinvolti e più interessati (gli incontri sono molto impegnativi).

Frammentano la partecipazione degli abitanti in piccoli gruppi. La legittimazione è basata su ragioni di carattere scientifico dovuta al largo utilizzo di tecniche sperimentate.

Tecniche di visualizzazione immediata del progetto

Planning for real
Metodologia partecipata di trattamento dei problemi delimitata nel tempo (può svolgersi in un unico incontro anche se della durata di diverse ore), caratterizzata da un’elevata strutturazione dell’interazione e dal coinvolgimento di un numero elevato di abitanti e dalla centralità dell’azione (gesto) rispetto alla parola discussione); ciò permettere anche a chi non si sa esprimere in pubblico di manifestare le proprie opinioni, spersonalizza e “sdrammatizza” le indicazioni (carattere ludico).

Pattern language
Metodo di progettazione partecipata centrato sulla individuazione di un abaco di tipologie di spazi pubblici che aiutano gli abitanti nella visualizzazione delle trasformazioni possibili.

Mappe di uso sociale del territorio
Fase preliminare di consultazione degli abitanti e ricognizione sul territorio, incontri pubblici. Rappresentazioni molto ampie dei luoghi esposte in pubblico sulle quali gli abitanti sono invitati a segnalare rischî, barriere, risorse, desiderî e aspettative (ad esempio “mappe di Gulliver”, “mappa dei rischî e delle opportunità”).

Osservare le persone (tecniche di osservazione diretta)

Osservare gli spazî fisici e le pratiche di uso sociale dei luoghi, le relazioni tra persone e luoghi, come variano le forme d’uso dello spazio nel tempo, come vengono reinterpretati o travisati nell’uso gli spazi funzionali, ecc.

Molte di queste pratiche di modificazione degli spazi comuni trasformano gli esiti di un progetto fisico e si configurano a loro volta implicitamente come progetto alternativo di spazio. Un esempio di queste tecniche è lo shadowing, che consiste nell’accompagnare come un’ombra una persona per un periodo significativo di tempo. Altro esempio è l’osservazione partecipante, in cui il soggetto osservatore interagisce con il contesto osservato, provocando delle reazioni e/o immedesimandosi con la situazione.

Osservare con le persone (tecniche di osservazione diretta e di consapevolezza ambientale, programmi di educazione ambientale)

Le pratiche di osservazione diretta sono molto utili se condotte dagli abitanti stessi. L’obiettivo è quello di mettere in crisi visioni consolidate e spesso povere dell’ambiente, per costruire forme di consapevolezza locale della costitutiva complessità dei luoghi. Molto diffuse le modalità di esplorazione e conoscenza dell’ambiente di vita sviluppate negli ultimi anni con i bambini, che hanno dato vita a sperimentazioni di mappature sensoriali, affettive, ecc.

Costruzione di scenari

Si tratta di uno strumento particolarmente utile per aprire l’orizzonte delle alternative possibili e costruire le basi per processi di apprendimento reciproco tra esperti e non esperti. Esiste un’ampia gamma di scenari: scenari di stato, che prospettano dimensioni ideali da raggiungere e scenari di processo, che si occupano degli eventi che possono condurre alla nuova configurazione (simulazioni, visioning, future studies, analisi SWOT, etc.).

Analisi SWOT

L’analisi SWOT, conosciuta anche come Matrice TOWS, è uno strumento di pianificazione strategica usata per valutare i punti di forza (Strengths), debolezza (Weaknesses), le opportunità (Opportunities) e le minacce (Threats) di un progetto o in un’impresa o in ogni altra situazione in
cui un’organizzazione o un individuo deve prendere una decisione per raggiungere un obiettivo. L’analisi può riguardare l’ambiente interno o esterno di un’organizzazione. La tecnica è attribuita a Albert Humphrey, che ha guidato un progetto di ricerca alla Università di Stanford fra gli anni Sessanta e Settanta utilizzando i dati forniti dalla Fortune 500.

Tecniche di discussione semistrutturata

Assemblee pubbliche
Assemblee aperte a tutti i soggetti interessati. Possono avere funzione informativa o consultiva, più di rado funzione decisionale. Offrono vantaggi in termini di apertura dei processi partecipativi e visibilità di politiche e progetti, ma generalmente favoriscono l’espressione di persone già abituate
a parlare in pubblico, non consentono analisi in profondità e un efficace confronto tra le diverse posizioni.

Tavoli partecipativi e forum locali
Coinvolgono soggetti già interessati ai problemi di trasformazione urbana e sociale (spesso rappresentanti di gruppi o associazioni). Sono momenti di discussione e confronto su temi specifici, costituiti in genere da cicli di incontri che sviluppano e approfondiscono alcune problematiche e individuano possibili soluzioni. Possono essere autoconvocati dal basso (es. forum sociali) o promossi dalle istituzione per attivare processi di dialogo e partecipazione dei cittadini.

Sequenze codificate di tecniche

Oltre alla scelta delle tecniche è importante la loro combinazione, il mix e la sequenza. Esistono metodologie di progettazione partecipata basate su una combinazione di tecniche diverse, più o meno strutturate in sequenze codificate; tra le più conosciute si può annoverare l’EASW (European
Awareness Scenario Workshop). I vantaggi nell’uso di queste metodologie codificate risiede nell’alto livello di formalizzazione del processo a cui corrisponde un alto grado di legittimazione dello stesso. Tuttavia si è già ricordato che non esiste un metodo in assoluto migliore di altri: bisogna costruire sequenze di tecniche adatte al contesto. Famiglie di tecniche e metodologie specifiche devono essere scelte di volta in volta e variamente combinate, in relazione ad una serie di parametri che dipendono dalle condizioni particolari in cui avviene il processo.

Combinazioni di tecniche

EASW
L’European Awareness Scenario Workshop, noto anche con l’acronimo EASW, è un metodo nato in Danimarca finalizzato alla ricerca di un accordo fra i diversi gruppi di portatori di interessi in ambito locale con l’obiettivo del raggiungimento di una definizione consensuale di città sostenibile. Il campo d’applicazione originale è quello dell’urbanistica partecipata ma in seguito il metodo è stato utilizzato in ambiti diversi, sviluppo locale, attivazione di percorsi di cambiamento organizzativo e innovazione e ricerca.

Nel 1994 anche la Commissione Europea ha attivato un’iniziativa basata su questo metodo, chiamata TDSP (“Training and Dissemination Schemes Project”), che ha lo scopo di esplorare nuove metodologie per favore l’innovazione in ambito sociale attraverso la definizione di metodi più efficaci di divulgazione di una serie di best practices in ambienti culturali e politici diversi e l’identificazione di strumenti per la divulgazione del know-how correlato. È un metodo basato sulla combinazione di tecniche diverse, più o meno strutturate in sequenze codificate pensato per consentire lo sviluppo di un dibattito e della partecipazione. È particolarmente efficace in contesti locali, in cui è estremamente semplice associare ai problemi chi ha la responsabilità di risolverli. Può diventare un utile strumento per promuovere il passaggio a modelli di sviluppo sostenibile, condivisi e basati su un uso più attento delle risorse.

Un EASW serve a stimolare la partecipazione democratica nelle scelte legate al miglioramento delle condizioni di vita nelle comunità. Consente ai partecipanti di scambiarsi informazioni, discutere i temi ed i processi che governano lo sviluppo tecnologico e l’impatto delle tecnologie sull’ambiente 57 naturale e sociale, stimolandone la capacità di identificare e pianificare soluzioni concrete ai problemi esistenti.

La metodologia EASW si è rivelata particolarmente adatta a:

  •  incoraggiare il dialogo e la partecipazione delle diverse componenti della società;
  • creare una relazione equilibrata tra ambiente, tecnologia e società;
  • consentire un sviluppo sostenibile nel rispetto dei bisogni e delle aspirazioni dei membri di una comunità locale.

In Italia sono stati finora realizzati oltre 30 seminarî, dedicati in particolare ai problemi ambientali, al recupero delle aree dismesse e dei centri urbani, alla definizione di strategie di sviluppo sostenibile, in particolare nell’ambito di
processi di Agenda 21 Locale.

Un EASW è costruito su due attività principali: lo sviluppo di visioni e la proposta di idee. Nello sviluppo di visioni i partecipanti, dopo una breve sessione introduttiva, lavorano in 4 gruppi di interesse, in ragione dell’appartenenza ad una stessa categoria sociale (cittadini, amministratori ecc.). Durante il lavoro di gruppo, i partecipanti sono invitati a proiettarsi nel futuro per immaginare, in relazione ai temi della discussione, come risolvere i problemi della città in cui vivono e lavorano. Devono farlo tenendo come punto di riferimento gli scenarî, che prospettano quattro possibili soluzioni alternative (basate su diverse combinazioni nell’uso di tecnologie e nell’organizzazione della vita sociale). Per facilitare quest’attività, la metodologia prevede una serie di tecniche per la gestione della discussione ed il raggiungimento dei risultati previsti. Le visioni elaborate da ciascun gruppo dovranno poi essere presentate in una successiva sessione plenaria, al termine della quale, con una votazione, sarà scelta la visione comune di tutti i partecipanti. Questa visione dovrà prospettare in modo preciso le soluzioni adottate, sottolineando per ciascuna di esse il ruolo giocato dalla tecnologia e quello dell’organizzazione della collettività. La visione emersa al termine di questa sessione di lavoro, perfezionata dal facilitatore e dai capigruppo in una piccola riunione (petit comitè) al termine di questo primo insieme di attività, sarà alla base di quella successiva della proposta di
idee.

Nella proposta di idee i partecipanti sono chiamati a lavorare in gruppi tematici. Dopo una breve introduzione ai lavori, in cui il facilitatore presenta la visione comune, comincia una nuova sessione di lavoro di gruppo.

Questa volta i gruppi vengono formati, mischiando tra loro i partecipanti, in funzione del tema in discussione (rifiuti, energia, ecc.). Ciascun gruppo avrà così al suo interno rappresentati diversi interessi e dovrà occuparsi, partendo dalla visione comune, di proporre idee su come realizzarla. Anche in questo secondo insieme di attività la discussione dovrà essere guidata, con l’ausilio di una serie di tecniche, per far formulare a ciascun gruppo idee concrete che propongano come realizzare la visione comune e chi dovrà assumersi la responsabilità della loro realizzazione rispetto al tema assegnato. Ogni gruppo potrà formulare un numero limitato di idee (di solito 5). Le idee saranno presentate in una successiva sessione plenaria per essere discusse e votate. Le idee più votate potranno infine essere alla base del piano di azione locale elaborato dai partecipanti per risolvere i problemi in discussione.

Il metodo EASW è disponibile e utilizzabile liberamente come il software libero. La CE ha registrato il marchio EASW per proteggerlo da eventuali utilizzi improprî (una sorta di copyright sul copyleft) e ha creato una
rete di esperti europei, i “National Monitor”, che diffondono il metodo garantendone la qualità.

Outreach
Outreach è una metodologia utilizzata nei processi di progettazione partecipata in ambito anglosassone. Michael Parkes, esperto inglese di partecipazione, nel suo libro pubblicato nel 1995 per il London Planning Advisory Committee, spiega che “gli incontri di outreach consistono nell’‘andare fuori’ a incontrare gruppi di interesse locali e singole persone, a seguito di un invito da parte loro, nel proprio ambiente e secondo i propri tempi, per discutere di varie questioni e per ascoltare i loro suggerimenti.

Si può trattare di conversazioni informali, poco strutturate, non necessariamente capaci di rigorose analisi scientifiche. Spesso forniscono
un livello di verità e di comprensione (dei problemi) che può mancare in
forme di consultazione più ufficiali e strutturate”.

Outreach permette di coinvolgere soggetti che altre tecniche non consentono di coinvolgere. Ad esempio è particolarmente efficace per raggiungere quelle persone che sono troppo occupate, o fisicamente o mentalmente disabili, non alfabetizzate o che semplicemente non hanno familiarità con la lingua o con i processi di sviluppo e di pianificazione, troppo giovani, troppo vecchie, troppo alienate, spaventate o timide.

Solo a seguito di un loro invito, nel loro ambiente e secondo i loro tempi esiste una qualche reale possibilità che essi partecipino a questi processi. Qualche volta quella sarà la prima e l’ultima volta. Gli incontri di outreach si possono tenere ovunque, all’esterno in una località di campagna o all’interno di un circolo di pensionati. A volte possono richiedere il supporto di interpreti e, solo occasionalmente, di mediatori ben preparati. Questa eventualità può essere necessaria in circostanze che richiedono estrema sensibilità, per esempio quando devono essere indagate le percezioni di soggetti altamente alienati o intimiditi, temi oggetto di tabù, ecc.

Outreach è una tecnica che può trovare molte applicazioni nei processi di progettazione partecipata e nell’ambito delle politiche pubbliche. L’organizzazione delle istituzioni pubbliche e degli enti locali prevede un sistema di relazioni strutturato in modo tale che ci si aspetta che il
cittadino/utente acceda ai servizi offerti.

Questo è il modo in cui funzionano abitualmente gli sportelli della Pubblica Amministrazione, gli Uffici dell’Anagrafe ma anche i Servizî Sociali, le Scuole, gli Ufficî del Lavoro. Outreach può essere descritto attraverso una metafora visiva: vi è un ufficio aperto al pubblico, in giorni e orarî prestabiliti, strutturato in uno spazio di attesa e in uno di lavoro divisi da una grande vetrata; in questo modo gli impiegati sono separati dagli utenti che, più o meno allineati, formano una coda e si avvicinano allo sportello, comunicando attraverso una minuscola e spesso scomoda apertura tramite la quale avviene la comunicazione o il passaggio di documenti. Outreach ribalta questa immagine e questa relazione “abbassando la soglia” di accesso dei soggetti ad un’istituzione, ad un processo di progettazione, ad un servizio. Come dire: non è più il cittadino che si muove verso lo sportello ma è lo sportello (l’istituzione) che si muove verso il cittadino.

L’approccio di outreach è dunque considerato particolarmente promettente nelle politiche e negli interventi a favore di gruppi svantaggiati. È il caso, ad esempio, dei servizi organizzati con unità mobili nella forma di “lavoro di
strada” che si rivolgono a persone che vivono situazioni di disagio e che ben difficilmente avvicinerebbero un servizio nel suo luogo formale (ad esempio i senza fissa dimora, prostitute, tossicodipendenti). La partecipazione e il coinvolgimento di questi soggetti risulta fortemente condizionata dalla capacità di chi conduce il servizio o dal saperne rispettare le condizioni
implicite.

Condurre attività di outreach significa raggiungere specifici soggetti e/o gruppi di interesse adattandosi alle condizioni di tempo e di luogo che essi pongono.

Un approccio di outreach è alla base delle sperimentazioni più innovative della pubblica amministrazione nel campo della Polizia Municipale (la Polizia di prossimità e i vigili di quartiere) così come nel campo dei Servizi Sociali e sanitari (il lavoro di strada con minorenni) e sempre più è sollecitato nel
campo delle politiche di quartiere, in cui la territorializzazione dei servizi, e dunque l’organizzazione su base locale ed areale degli interventi, risulta essere condizione per il coordinamento e l’integrazione delle politiche. Gli strumenti e le modalità di outreach sono assai varie; alcune delle sue forme possibili:

  • distribuzione sistematica di materiale informativo nelle case oppure, con contatto diretto, alle persone in situazioni (luoghi e momenti) di aggregazione (mercati, assemblee, biblioteche, negozi);
  • giornali locali, specifiche newsletter, spot informativi su programmi radiofonici o televisivi (i media possono essere un veicolo importante per avvicinare i destinatari);
  • interventi informativi e di scambio mirati nell’ambito di riunioni di specifici gruppi e di attività organizzate;
  • strutture mobili (caravan, camper, containers) possono essere utilizzate come uffici mobili per restituire anche a livello simbolico la presenza “sul campo” e garantire la possibilità di una consultazione e di uno scambio efficace;
  • l’attivazione di un punto di riferimento in loco (possibilmente con affaccio diretto su strada) può offrire, se ben localizzato e condotto con la consapevolezza delle competenze comunicative necessarie, scambio continuativo e la definizione di nuove modalità di trattamento di problemi anche ordinari.

Camminata di quartiere
La camminata di quartiere è un metodo partecipativo che può essere utilizzato quale tecnica di “ascolto attivo” del territorio, ma forse le parole che meglio descrivono questa tecnica sono “andare a consultare le persone piuttosto che aspettare che esse vengano da noi, utilizzando quanto disse Nick Wates a proposito della sua “invenzione”, l’outreach.

Alla base di questa tecnica c’è l’idea che sia fondamentale riconoscere e valorizzare la competenza degli abitanti riguardo al proprio ambiente di vita: conoscenza ordinaria, non professionale e non tecnica, ma che deriva dal fatto che essi quotidianamente vivono quel territorio, ne fruiscono in quanto “ambiente di vita” dove essi abitano, lavorano o intessono reti di relazione e di socialità.

La percezione che un abitante ha del proprio quartiere o del proprio paesaggio è dunque un tipo di conoscenza di cui “non si può fare a meno” in un processo di trasformazione territoriale, perché è una conoscenza che il professionista non può possedere.

Un altro aspetto caratterizzante della camminata di quartiere consiste nel riconoscimento dell’importanza di una conoscenza non solo ordinaria, ma
anche percettiva, spaziale, una “conoscenza attiva” che prende forma nell’ “andare a vedere di persona”. Percorrere insieme un luogo, attraversandolo
e cercando di riconoscere e mettere in evidenza il proprio modo di vivere quello spazio, significa valorizzare modalità di stare assieme e di comunicare basate sul riferire esperienze, osservazioni specifiche, elementi che colpiscono ciascuno e che sono ritenute rivelatrici, “sintomatiche” di tendenze in atto.

La camminata di quartiere presuppone, e afferma nella pratica, un rapporto di reciprocità tra professionisti e abitanti, che esclude relazioni di dominanza-dipendenza, sia da una parte che dall’altra, che riconosce piuttosto una “intelligenza reciproca”, una possibilità di apprendimento da entrambe le parti. Si tratta dunque di una tecnica partecipativa che risponde ai requisiti individuati da B. Jones (1990) nella sua teoria della “pianificazione democratica”:

  1. deprofessionalizzazione (non sono solo i professionisti a dare forma al futuro del quartiere);
  2. decentralizzazione (il processo decisionale non è concentrato al centro);
  3. demistificazione (la pianificazione è qualcosa di concreto, non un prodotto magico);
  4. democratizzazione (molte persone sono coinvolte direttamente nel processo decisionale, specialmente quelle che rappresentano un interesse per il futuro del quartiere).

La passeggiata è generalmente l’incipit della parte pubblica del processo proprio perché, attraverso momenti di condivisione semplici come il
camminare, crea l’occasione per costruire e ampliare la rete di soggetti locali coinvolti nel processo, per avviare un clima collaborativo tra i progettisti, gli abitanti e i diversi attori presenti in quel territorio.

Affinché la camminata di quartiere sia efficace, è importante che sia preceduta da un’accurata fase di outreach e da interviste con alcuni interlocutori locali. In questo modo non solo è più facile diffondere sul territorio l’invito a partecipare alla passeggiata, ma soprattutto si gettano le basi per una maggiore disponibilità di coinvolgimento attivo, basato sulla fiducia e sulla collaborazione. Un’intensa attività di outreach, prima della camminata, è ancora più importante nei contesti in cui c’è una relativa 58 povertà di soggetti locali di riferimento.

Open Space Technology (OST)
La tecnica Open Space Technology (OST) è stata creata nella metà degli anni ‘80 da Harrison Owen, un esperto americano di scienza delle organizzazioni. Si tratta di una tecnica di gestione di workshop che consente a qualsiasi gruppo di persone, in qualsiasi tipo di organizzazione, di rendere incontri e riunioni di lavoro particolarmente interessanti e produttive.

La metodologia, basata sull’autorganizzazione, permette di far lavorare insieme, su un tema complesso, gruppi con un numero di partecipanti variabile da 5 a 1000 persone, in workshop di una giornata, convegni di tre giorni o nella riunione settimanale di staff.

Per organizzare un workshop in OST non sono necessari relatori e programmi predefiniti, ma tutto è demandato ai partecipanti che propongono e gestiscono in completa autonomia il programma di lavoro attraverso la proposta di temi e problematiche reali e per le quali provano un sincero interesse. Una volta selezionati i temi si organizzano sessioni parallele di gruppo e progressivamente si focalizza la discussione su un argomento di importanza strategica. Alla fine del lavoro, di un giorno o di più giornate, ciascun partecipante avrà il resoconto in cui vengono descritte tutte le discussioni svolte.

L’assenza di procedure e di una struttura predefinita, a guardare bene, è solo apparente in quanto l’OST è un sistema per gestire riunioni ed organizzazioni fortemente strutturato, o meglio utilizza procedure così naturali e congeniali all’uomo ed al suo modo di lavorare da non essere nemmeno notate, e capaci di sostenere il lavoro di gruppi ed organizzazioni.

È evidente che ciò che accomuna gli Open Space è la capacità di dare forza, creare efficaci collegamenti, rafforzare la visibilità e la sostenibilità di ciò che sta già accadendo all’interno dell’organizzazione: progettazione ed azione, apprendimento e saper fare, vivo interesse e responsabilità, partecipazione e performance.